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Mobilitazione dell’Associazione “Rossetto”
per aiutare gli immigrati di San Nicola Varco
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Patrizia Reso
Senza dubbio è rilevante che un’associazione di Cava, “Eugenio Rossetto”, si sia mossa per una raccolta viveri e coperte, rinunciando ad una domenica rilassante, in pantofole, davanti alla televisione. E’ ancora più rilevante conoscerne le ragioni. Perché mai la Rossetto ha organizzato uno stand per una pubblica raccolta quando poi i suoi progetti sono notoriamente più articolati e complessi, sempre finalizzati all’integrazione degli immigrati? All’unisono i soci rispondono che questa volta si tratta di un’emergenza umanitaria.
E’ scoppiata una nuova guerra? Un terremoto improvviso oppure uno tsunami? Nulla di tutto questo, fortunatamente. Questa volta si tratta di un evento tutto nostro, voluto interamente dall’uomo, che si poteva decisamente evitare, di cui tutti, anche noi di Cava, dovremmo vergognarci: lo sgombero forzato di una comunità di immigrati che, in barba a tutti i sani principi sanitari, etici e politici, vivevano alla stregua di cani randagi, in un’area dismessa nei pressi di Eboli, a San Nicola Varco.
La storia di questi fantasmi d’uomini non è nata oggi. Centinaia e centinaia di magrebini, marocchini, nordafricani in genere, si sono avvicendati dal 1990 in quest’area nata alla fine degli ’80 con fini mercatali e mai utilizzata, priva di acqua, luce, servizi igienici; immersa sì nella Piana del Sele ma anche in cumuli di immondizia. Ovviamente i benpensanti hanno sempre ritenuto tale situazione di degrado inaccettabile, inumana, pari ad una bomba innescata di virus e batteri pronta ad esplodere da un momento all’altro, fatale per la popolazione locale.
Poche ed impotenti le sensibilità che nel corso di questi decenni hanno richiamato l’attenzione su questa cloaca a cielo aperto. Molte le promesse di costruzione di ostelli o palazzine a canone sostenibile in tempi brevi, progetti di accoglienza ed integrazione per gli immigrati forza lavoro. Stiamo parlando di immigrati il cui lavoro, sottopagato, sfruttato, ha ampliato i portafogli dei coloni del posto, e ancora più quello di camorristi e caporali che hanno messo su un’organizzazione criminale di nuovi schiavi, sfruttando ingenuità e disperazione, attirando con false promesse questi uomini, lasciandoli poi alla mercè della miseria, del pregiudizio e di leggi ingiuste. Il lavoro di questi nuovi schiavi ha fatto aumentare il PIL locale di quasi due punti percentuali. Cosa hanno avuto in cambio gli immigrati? Essere ammassati e stipati come bestie; avere per letto un sacco di immondizie; avere per vicini di casa topi e scarafaggi ed infine l’onore dell’intervento della forza pubblica che li ha costretti a sgomberare, togliendo loro anche quell’unico “tetto” sotto cui rifugiarsi dopo 12-14 ore di lavoro e 30 km percorsi a piedi o in bici! Gli immigrati regolari sono stati trasferiti presso i centri d’accoglienza già predisposti; molti degli irregolari sono stati arrestati, moltissimi si sono dati alla macchia nella pineta oppure hanno trovato rifugio nei cimiteri o in qualche tana d’emergenza. Ora tutti vivono più tranquillamente perché quello spettacolo indecoroso non c’è più.
E quando è avvenuto tutto questo? L’11 novembre, che tradizione cattolica e cultura popolare hanno tramandato da generazioni come  il giorno dell’estate di San Martino, in ricordo del santo che cedette il suo mantello al mendicante incontrato lungo la strada per proteggerlo dal freddo. La sua generosità fu premiata dal Signore col sole che ogni anno va a riscaldare quella fredda giornata di novembre.
Questa volta mi domando quale sarà il premio.

Panorama Tirreno, dicembre 2009